Artfinding -
2008-04-30
ART HISTORY : La Tecnica della tarsia
http://www.ivalsa.cnr.it/modena/site/tecnica/tecnica_h.html
ART HISTORY : La Tecnica della tarsia
http://www.ivalsa.cnr.it/modena/site/tecnica/tecnica_h.html
Si intende per intarsio ligneo o xilotarsia l'applicazione su di un supporto, con finalità decorative o figurative, di tessere o di lamine di legno variamente sagomate.
La tecnica più antica, di derivazione orientale, è quella “alla certosina” cosiddetta in quanto praticata dai benedettini di S. Bruno. Essa consiste nella sagomatura in forme geometriche di minute tessere di legni diversi, nella loro composizione ad ornato geometrico a mo’ di mosaico, e nell'incollaggio sulle superfici lignee interessate, soprattutto concernenti i profili di scatole, scrigni, forzieri, bauli, etc..., fino ad interessare i veri e propri mobili.
La ripetitività dei motivi “alla certosina” nasce dalla tecnica del toppo, che consiste nel far aderire fra di loro listelli poliedrici di legno di colore diverso, la cui sequenza, per una lunghezza di 10 o 15 cm, verrà poi sezionata con taglio orizzontale onde ricavarsi tasselli di 2 mm ca. di spessore, che, giustapposti, formeranno il profilo voluto, da applicarsi nella apposita sede. Qualora le tessere geometriche di maggiore spessore si inseriscano accostate l'una all'altra in un incavo del supporto ligneo, questa tecnica è detta a secco. L'incollaggio in superficie è chiamato incrostazione. Se invece il tassello viene adagiato entro una sede appositamente scavata nella lamina già sagomata e già incollata al supporto, e questo per foggiare piccoli particolari decorativi quali fiori, nastri, o anche figure geometriche, il metodo viene chiamato a buio, usato soprattutto per motivi di ornato lineare, come anche nelle “candelabre” rinascimentali.
Per composizioni di figure a mano libera, si usava la tecnica del salvare, consistente nel tenere uniti due pannelli di legno di colore diverso, nel segare all'interno le sagome volute, nell'estrarle, e quindi nell'inserirle entro i vuoti corrispondenti del pannello in controparte.
La visione prospettica brunelleschiana fece sì che la tecnica dell'intarsio, già ben sperimentata, grazie al toppo, in figure geometriche tridimensionali nettamente definite per campi di colore, si unisse alla nuova visione matematica del rappresentare, subito derivandone la tarsia prospettica della veduta urbana, talvolta chiamata semplicemente "prospettiva". Per la tarsia prospettica si usò la tecnica del commesso (ad incrostazione).
La veduta urbana si disegnava su cartone le cui parti - “caxamenti”, palazzi, isolati, piani delle strade, portici, etc... - venivano ritagliate e poste sopra ad un pannello ligneo già predisposto con le stesse dimensioni del cartone. Qui con la sgorbia l'intarsiatore incideva il legno seguendo il bordo del cartone ritagliato, questi segni valendo a lui come il bozzetto su tela al pittore, o come la sinopia al frescante. Quindi, si posava il cartone su lamina di legno che avesse il colore voluto, si sagomava secondo questa forma, e si riportava la lamina sul pannello ligneo nella corrispondente posizione, facilmente individuabile grazie ai segni già incisi. L'applicazione con colla animale (colla forte o da falegname) delle lamine al legno di supporto si faceva mediante pressione con lastre di zinco riscaldate.
L'arte di Piero della Francesca e la sua capacità impareggiabile di rappresentare prospettive scandite fra la luce e l'ombra, diviene fatto fondamentale nella ricerca del colore, non bastando a volte il colore naturale del legno ma dovendosi questo, o scegliere secondo diverse incidenze di taglio o di venatura per evidenziarne e sfruttarne le capacità estetiche, o sottoporre a diversi trattamenti: ad esempio la sabbiatura, quando si usava la sabbia rovente per annerire lievemente, creando effetto d'ombra; la vera e propria bollitura, quando si bolliva il legno con acqua e sostanze vegetali per combiare il tono del colore. Per avere i fondi color nero, come anche per imitazione del prezioso ebano, si affogava la quercia o il rovere, ovvero lo si teneva a lungo immerso nell'acqua. Della veduta urbana furono artisti soprattutto i Canozi da Lendinara.
E' stato pubblicato (Baracchi, 1988) il vero e proprio registro delle spese della loro bottega, leggendo il quale si impara che il "marangone", ovvero il falegname vero e proprio, usava il legno di noce ed il pioppo per la struttura del mobile da eseguire, mentre l'intarsiatore acquistava spesso il susino, il sandalo rosso, il rovere, il frassino e l'olmo, il pero, il cipresso e il bosso.
Daniela Feriani : http://www.ivalsa.cnr.it/modena/site/tecnica/tecnica_h.html
La tecnica più antica, di derivazione orientale, è quella “alla certosina” cosiddetta in quanto praticata dai benedettini di S. Bruno. Essa consiste nella sagomatura in forme geometriche di minute tessere di legni diversi, nella loro composizione ad ornato geometrico a mo’ di mosaico, e nell'incollaggio sulle superfici lignee interessate, soprattutto concernenti i profili di scatole, scrigni, forzieri, bauli, etc..., fino ad interessare i veri e propri mobili.
La ripetitività dei motivi “alla certosina” nasce dalla tecnica del toppo, che consiste nel far aderire fra di loro listelli poliedrici di legno di colore diverso, la cui sequenza, per una lunghezza di 10 o 15 cm, verrà poi sezionata con taglio orizzontale onde ricavarsi tasselli di 2 mm ca. di spessore, che, giustapposti, formeranno il profilo voluto, da applicarsi nella apposita sede. Qualora le tessere geometriche di maggiore spessore si inseriscano accostate l'una all'altra in un incavo del supporto ligneo, questa tecnica è detta a secco. L'incollaggio in superficie è chiamato incrostazione. Se invece il tassello viene adagiato entro una sede appositamente scavata nella lamina già sagomata e già incollata al supporto, e questo per foggiare piccoli particolari decorativi quali fiori, nastri, o anche figure geometriche, il metodo viene chiamato a buio, usato soprattutto per motivi di ornato lineare, come anche nelle “candelabre” rinascimentali.
Per composizioni di figure a mano libera, si usava la tecnica del salvare, consistente nel tenere uniti due pannelli di legno di colore diverso, nel segare all'interno le sagome volute, nell'estrarle, e quindi nell'inserirle entro i vuoti corrispondenti del pannello in controparte.
La visione prospettica brunelleschiana fece sì che la tecnica dell'intarsio, già ben sperimentata, grazie al toppo, in figure geometriche tridimensionali nettamente definite per campi di colore, si unisse alla nuova visione matematica del rappresentare, subito derivandone la tarsia prospettica della veduta urbana, talvolta chiamata semplicemente "prospettiva". Per la tarsia prospettica si usò la tecnica del commesso (ad incrostazione).
La veduta urbana si disegnava su cartone le cui parti - “caxamenti”, palazzi, isolati, piani delle strade, portici, etc... - venivano ritagliate e poste sopra ad un pannello ligneo già predisposto con le stesse dimensioni del cartone. Qui con la sgorbia l'intarsiatore incideva il legno seguendo il bordo del cartone ritagliato, questi segni valendo a lui come il bozzetto su tela al pittore, o come la sinopia al frescante. Quindi, si posava il cartone su lamina di legno che avesse il colore voluto, si sagomava secondo questa forma, e si riportava la lamina sul pannello ligneo nella corrispondente posizione, facilmente individuabile grazie ai segni già incisi. L'applicazione con colla animale (colla forte o da falegname) delle lamine al legno di supporto si faceva mediante pressione con lastre di zinco riscaldate.
L'arte di Piero della Francesca e la sua capacità impareggiabile di rappresentare prospettive scandite fra la luce e l'ombra, diviene fatto fondamentale nella ricerca del colore, non bastando a volte il colore naturale del legno ma dovendosi questo, o scegliere secondo diverse incidenze di taglio o di venatura per evidenziarne e sfruttarne le capacità estetiche, o sottoporre a diversi trattamenti: ad esempio la sabbiatura, quando si usava la sabbia rovente per annerire lievemente, creando effetto d'ombra; la vera e propria bollitura, quando si bolliva il legno con acqua e sostanze vegetali per combiare il tono del colore. Per avere i fondi color nero, come anche per imitazione del prezioso ebano, si affogava la quercia o il rovere, ovvero lo si teneva a lungo immerso nell'acqua. Della veduta urbana furono artisti soprattutto i Canozi da Lendinara.
E' stato pubblicato (Baracchi, 1988) il vero e proprio registro delle spese della loro bottega, leggendo il quale si impara che il "marangone", ovvero il falegname vero e proprio, usava il legno di noce ed il pioppo per la struttura del mobile da eseguire, mentre l'intarsiatore acquistava spesso il susino, il sandalo rosso, il rovere, il frassino e l'olmo, il pero, il cipresso e il bosso.
Daniela Feriani : http://www.ivalsa.cnr.it/modena/site/tecnica/tecnica_h.html
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